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Homepage to Alain Jacquet: l'ultima intervista




All'età di 69 anni, l'artista è morto il 4 settembre a New York a causa di un cancro.

Lo abbiamo incontrato nel suo studio di West Broadway, a ridosso della sua prossima mostra. Incognito in entrambe le retrospettive del Grand Palais dedicate al Nuovo Realismo e alla figurazione narrativa, Alain Jacquet non era nemmeno abbastanza americano da poter essere etichettato Pop Art.

D'altra parte il suo immaginario artistico mostra derivazioni dalla cultura statunitense - bandiera a stelle glitterate, statua della libertà, personaggi di Walt Disney - giocando sottilmente tra appropriazione e non appropriazione. Nato il 2 febbraio 1939 a Neuilly-sur-Seine, Alain Jacquet rappresentò la Francia alla Biennale di Venezia nel 1976 ed anche alla Biennale di San Paolo nel 1989.

Tre grandi mostre presentarono i suoi lavori all'Hexagon: nel 1976 al Musée d'Art moderne de la Ville de Paris (1976), al Centre Pompidou (1993) e al Musée d'art moderne de la Ville de Nice (2005). Non male per un espatriato, non abbastanza per alcune persone che videro in lui più di un semplice pittore underground che arrivò a New York agli inizi degli anni '60. Essendo ai margini dell'arte mainstream del XX secolo, come notò il ministro della cultura francese Christine Albanel nel suo tributo all'artista l'8 settembre, Alain Jacquet riuscì a rimanere un artista indipendente, senza attirare discepoli e senza diventare limitato. Uno spirito libero, in tutti i sensi. Nel 1961, presentò la sua prima mostra alla Galerie Breteau a Parigi. Espose i suoi Cylindres dai colori brillanti, che anticipavano le sue scelte figurative-astratte degli anni successivi.

Questo pose lui e i suoi lavori contro la vecchia Scuola di Parigi. Flirtando con i Nuovi Realisti, era gia più vicino agli americani. Nel 1964, Alain Jacquet attraversò l'Oceano Atlantico in modo da esibire i suoi Camouflages a New York, e allo stesso tempo, mettendo in discussione la storia dell'arte - il Rinascimento (da Vinci, Botticelli), l'arte classica e moderna (Manet, Picasso, Matisse, Mondrian), e l'arte contemporanea (Warhol, Lichtenstein, Indiana). Seguendo queste trame, arrivarano le serigrafie alle quali l'artista diede l'aspetto di pubblicità, sfidando gli standards percettivi del suo tempo.

Un capolavoro del gruppo Mec Art - abbreviazione che sta per "Mechanical Art" articolata da Restany - il suo famoso Déjeuner sur l'herbe (1964) ricompone un dipinto di Manet aumentando la dimensione dei punti e dell'immagine tramite diversi procedimenti di riproduzione cromatica - un approccio visuale che conduce l'artista, nel corso degli anni '70, a rielaborare immagini della Nasa. Era in programma una mostra monografica sulle sue "Visions" - immagini della terra e del sistema solare - che avrebbe dovuto tenersi a Villa Tamaris, a La Seyne sur Mer, ma purtroppo, fu cancellata a causa della sua salute precaria.


Renaud Siegmann: Dopo aver studiato architettura per due anni presso l'accademia di belle arti a Parigi, cosa la fece trasferire a New York nel 1964?

Alain Jacquet: Accadde perchè mio nonno era americano ed anche a seguito della mia esperienza al Lycée Français a Londra. Nel 1963, feci una mostra da Robert Fraser, la principale galleria europea al tempo, con la Pop Art inglese: Peter Blake, Derek Boshier, Richard Hamilton, Allen Jones. A Parigi ero in stretto contatto con gli americani: Harry Mathews, l'ex marito di Niki de Saint Phalle, che mi presentò a Larry Rivers e Jasper Johns, che avevo visto alla galleria Larcade - come Rauschemberg alla Cordier, rue de Miromesnil. Ero quindi ben informato riguardo a quello che stava succedendo a New York all'inizio degli anni '60.

Renaud Siegmann: In quella galleria espose i suoi Camouflages - da Iolas, che divenne il suo mercante nel 1964?

Alain Jacquet: Effettivamente sì, e le mie tele furono vendute a Bill Copley, come ad altri collezionisti di Warhol e Lichtenstein...

Renaud Siegmann: Gli altri artisti francesi erano a New York a quel tempo?

Alain Jacquet: Veramente no: Duchamp era ancora lì, ma non durò. Arman era lì dal 1962. Bernar Venet ci si stabilì nel 1965, ed ancora Christo, Marisol... A parte loro, nessuno che valga la pena di menzionare.

Renaud Siegmann: Nemmeno altri europei?

Alain Jacquet: Prima del 1964, gli artisti tedeschi lì non esistevano nemmeno. C'erano alcuni italiani come Mario Schifano - che è all'interno di "Le Déjeuner sur l'herbe" con Restany e Jeannine Goldschmidt della galleria J a Parigi - perchè c'erano alcuni grandi collezionisti italiani a New York.

Renaud Siegmann: Con la Biennale di Venezia, l'anno del 1964 rappresentò una svolta nella storia dell'arte e nella storia del mercato?

Alain Jacquet: Dopo la Biennale di Venezia e il premio Rauschemberg, tutto cambiò, ogni cosa andò nella direzione opposta, dall'altra parte dell'Atlantico.

Renaud Siegmann: Come accadde?

Alain Jacquet: Molti artisti emigrarono a New York. I soldi, i compratori, le migliori gallerie ed artisti - tutto era lì, e non in Francia.

Renaud Siegmann: Quindi quelli furono i giorni felici al Chelsea Hotel?

Alain Jacquet: Con un piede a New York, prendemmo una stanza in un appartamento al Chelsea Hotel. Vivevo anch'io lì, allo stesso piano di Arthur Miller che era a due porte dall'ingresso. A parte questo, non c'era nulla di rilevante, nemmeno a Soho o a Tribeca. Era un'area morta: un palazzo costava 8000 $, quasi nulla. Successivamente i prezzi salirono, gli artisti si trasferirono in lofts, e così via.

Renaud Siegmann: A questo punto, quali erano gli artisti in testa al campo artistico: Pollock, de Kooning, Rothko, Kline?

Alain Jacquet: Erano lì, ma rappresentavano il passato. C'era di più - Warhol, Lichtenstein, Rauschemberg, ma anche Stella, Donald Judd, Sol LeWitt... considerati molto bene, ma il tutto non era molto ben definito. Ci siamo incontrati in un pub del West Village dove di solito si ritrovavano gli Espressionisti, ma era oramai fuori moda. Molto velocemente tutti andarono da Max Kansas City, che oggi non esiste più .

Renaud Siegmann: Alla sua prima mostra, ha trovato l'elite newyorkese?

Alain Jacquet: La sera della mia inagurazione, un quarto d'ora prima dell'opening, Lichtenstein era lì con Castelli. Poi, verso le 6, comparve Warhol. Quindi sapeva perfettamente cosa stava facendo quando tirò fuori i suoi "camouflages" vent'anni più tardi. Anche se non avevano niente a che fare con i miei, quella era l'idea...

Renaud Siegmann: Non c'era una certa ambiguità ne La Céne - tra la sua versione di Da Vinci e il remake di Warhol del 1986?

Alain Jacquet: E' molto più complesso di così! La mia versione de La Céne è datata 1964. Poi, Iolas invitò Warhol a fare il suo dipinto, ma lui sapeva molto bene che avevo fatto qualcosa sullo stesso tema. Non lo chiese a me però, ma ad Andy, ed Andy lo fece. Cose di questo genere capitano, le idee fuggono. Alla fine, questo non fu davvero un problema. Ci sono cose evidenti e cose meno evidenti. Se avessi ottenuto il passaporto americano, magari sarebbe stato diverso.

Renaud Siegmann: Dopo l'effervescenza degli anni '60, quale corrente rianimò l'arte a New York?

Alain Jacquet: L'arte americana si diede una calmata negli anni '70: la land art, la body art, la performance art. Dobbiamo aspettare il 1978 per vedere i graffiti emergere, la quale secondo me fu assolutamente affascinante - un'arte davvero americana, con artisti favolosi che tutti conosciamo.

Renaud Siegmann: Un movimento che sembrava esser stato preso seriamente, senza però esserlo veramente.

Alain Jacquet: Amo Condo, i suoi dipinti su Dio e le sue crocifissioni in mostra alla Luhring Augustine. Anche Jeff Koons fece delle buone cose. Negli anni '80, Jeff si riqualificò e divenne un commerciante del mercato dei cambi. Da questo ottenne profitto, perchè conobbe i miliardari, e i suoi lavori si vendevano come torte a prezzi incredibili.

Renaud Siegmann: Queste cifre esorbitanti resero l'arte americana un'arte migliore delle altre?

Alain Jacquet: Questo è un lavoro semplice ma ben pensato. Quando crei un oggetto con un materiale proveniente dall'industria dello spazio per esempio, la tua scultura ti costa - diciamo - 2M$. Poi lo devi vendere, e ciò accade in America. Un altro esempio: i piatti d'acciaio di Richard Serra; è un'armatura placcata per la difesa militare, per flotte aeree nucleari. Ottenere l'accesso a questo tipo di tecnologia ti costa enormemente... Il materiale, la trasformazione, etc - tutto questo significa costi enormi.

Renaud Siegmann: Cosa significa per te la scuola di New York?

Alain Jacquet: E' molto semplice - non è Cézanne o Modigliani. E' business: sapere cosa vendere, a chi, a quale prezzo.


Traduzione: Valentina Trevisiol

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